Il bambino ADHD non è malato

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Attenzione: quello che stai per leggere potrebbe cambiare il tuo modo di parlare di ADHD!
Dobbiamo considerare l’ADHD Come Un Disturbo da curare o una neurodivergenza da comprendere?
Quando si parla di ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività), anche tra professionisti, spesso emergono posizioni non del tutto omogenee e coerenti tra loro sulla definizione stessa del disturbo.

Che cos’è l’ADHD

Partiamo dall’idea che l’acronimo ADHD indica un’etichetta diagnostica, utile a delineare una specifica categoria di popolazione che manifesta difficoltà legate alla disattenzione e/o all’iperattività e all’impulsività1.
Secondo lo psicologo e ricercatore Russell A. Barkley, l’ADHD non è semplicemente un problema di attenzione o un disturbo del comportamento, ma un disturbo dello sviluppo dell’autoregolazione e delle funzioni esecutive. Le persone ADHD possono infatti avere difficoltà nel gestire attenzione, impulsi, emozioni, organizzazione e percezione del tempo, perché alcune funzioni cognitive del cervello maturano e funzionano in modo diverso (e ricordiamo sempre: diverso non significa “meglio”, “peggio” o “sbagliato”).
Anche lo psichiatra Thomas Brown parla di ADHD non come un semplice problema di comportamento, ma come una condizione neurocognitiva legata al diverso funzionamento del cervello. Secondo Brown, bambini e adulti ADHD possono sapere perfettamente cosa dovrebbero fare, ma avere difficoltà nel trasformare questa consapevolezza in azione concreta, soprattutto nelle attività che richiedono concentrazione prolungata, organizzazione e autoregolazione.

Come per ogni altra etichetta, anche quando parliamo di ADHD dobbiamo prestare attenzione a riconoscerne e validarne la vera utilità: dire ADHD è molto comodo perché velocizza la comunicazione e permette di riconoscere da subito alcune caratteristiche della persona che abbiamo di fronte ma, attenzione! La persona ADHD è tanto altro. Il suo essere non si riduce alla definizione di disturbo.

1. C. Vio, G. Lo Presti, Diagnosi dei disturbi evolutivi, Erickson, 2023, cap.7.

ADHD: due prospettive

Ci sono due prospettive psicologiche ed educative, attraverso cui possiamo guardare l’ADHD.

1. La prima è quella del disturbo del neurosviluppo.

Nel DSM-5 (manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali, quinta edizione) l’ADHD è classificato tra i disturbi del neurosviluppo, di natura congenita e a eziologia multifattoriale (genetica, neurobiochimica, anatomica, ambientale).
Questo significa che le alterazioni nello sviluppo cerebrale influenzano altri aspetti della vita quotidiana come:

  • le modalità di apprendimento,
  • le competenze relazionali e sociali,
  • le funzioni esecutive (attenzione, memoria di lavoro, inibizione dei comportamenti, organizzazione delle attività, ricerca di soluzioni),
  • le capacità motorie.

È importantissimo avere questi riferimenti clinici, sempre più precisi nel definire la natura dei problemi che le persone ADHD incontrano nel corso della propria vita.
Però credo sia importante non fermarsi solo al problema.

2. La seconda prospettiva ci aiuta ad andare oltre il termine “disturbo” ed è quella della neurodivergenza.

Il termine neurodivergenza descrive un funzionamento neurologico diverso dalla norma. Concretamente, possiamo individuare ciò che definiamo come neurodivergenza come una variazione naturale del cervello umano il quale:

  • elabora le informazioni,
  • percepisce il mondo e interagisce con esso,
  • apprende,
  • comunica,
  • si relaziona con le altre persone,

in modo diverso dalla norma statistica.

Spesso nei testi clinici, nei manuali pedagogici ma anche nelle guide per i genitori, le persone ADHD vengono nominate “con ADHD”.
Apprezzo poco l’aggiunta della congiunzione “con” perché sottolinea moltissimo la natura patologica del problema e non invita a un cambio di prospettiva, ossia a considerare che la persona è ADHD e, per questo, il suo funzionamento neuropsicologico, pur non rientrando nello standard comunemente considerato, rimane un modo di vivere esattamente al pari degli altri.
Diversità non significa meglio o peggio, significa semplicemente diverso.

Il percorso di crescita del bambino ADHD

Il percorso di crescita delle persone ADHD richiede la costruzione di consapevolezza, flessibilità e strategie personali e oggi, potremmo dire che questo vale sia nell’ambito neurodivergente sia per le persone neurotipiche (cioè quelle il cui funzionamento rientra nella media statistica).

Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività non è un problema da eliminare, un insieme di sintomi da cui guarire. La verità, è che dall’ADHD non si guarisce perché, semplicemente, non è una malattia, bensì un insieme di caratteristiche della persona che, differenziandosi dal modo più comune di vivere la quotidianità, possono richiedere strategie adattive.
Non dimentichiamo che esistono situazioni in cui la persona impara ad adattarsi alla “società” ed altre in cui il mondo deve necessariamente imparare a conoscere e accogliere anche ciò che non è “standard”.

Il rischio più grande per un bambino o per una bambina ADHD non è la sua neurodivergenza, bensì lo sguardo che continuamente riceve dall’esterno: “disturbi sempre”, “non stai mai fermo”, “stare con te è impossibile”…e potrei continuare.
Cambiare sguardo significa impegnarsi concretamente a:

  • vedere il bambino prima della diagnosi,
  • riconoscere le sue competenze,
  • valorizzare i suoi punti di forza.

Come adulti educatori (che siamo insegnanti o genitori) abbiamo il dovere di informarci, realizzare ambienti strutturati e adatti, porci aspettative realistiche, costruire relazioni funzionali scuola-famiglia, alimentare la consapevolezza e permettere a chi educhiamo di crescere imparando a conoscersi e volersi bene per chi è e come è.

L’intervento a supporto dei bambini ADHD richiede un approccio multimodale e personalizzato, capace di coinvolgere non solo il bambino, ma anche la famiglia e il contesto scolastico. Il trattamento dell’ADHD non si basa esclusivamente sul lavoro terapeutico individuale, ma può includere percorsi di parent training per i genitori, fondamentali per comprendere meglio il funzionamento neurodivergente del bambino e acquisire strumenti pratici per gestire emozioni, comportamento e routine quotidiane.

Anche la scuola ha un ruolo centrale nel supporto ai bambini ADHD. Programmi di teacher training e formazione specifica aiutano insegnanti ed educatori a riconoscere i bisogni legati al Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività, evitando interpretazioni errate come “svogliatezza” o “mancanza di impegno”. Nessun docente è automaticamente preparato ad affrontare l’ADHD senza una formazione adeguata, perché ogni bambino o bambina neurodivergente presenta caratteristiche, difficoltà e punti di forza differenti.
Per questo motivo, oggi si parla sempre più spesso di intervento multidisciplinare per l’ADHD: una rete di supporto costruita intorno al bambino, capace di favorire benessere e sviluppo delle potenzialità individuali.

Come lavorare a scuola con il bambino ADHD

Una delle considerazioni che per me vale sempre nel lavoro educativo, a qualsiasi età, è questa: non possiamo chiedere a un alunno o alunna di cambiare il proprio comportamento senza prima aver messo in discussione il nostro agito. Una delle domande che più deve smuovere l’adulto è questa:

“Cosa sto facendo io per permettergli di dare il suo meglio? Posso fare altro?”

Quando ci troviamo in un contesto classe non è certamente semplice portare a ciascuno attenzioni individualizzate e strategie o strumenti personalizzati ma è nostro compito porre quanta più attenzione su risorse e successi. L’obiettivo principale dell’insegnante è che il bambino o la bambina stia bene a scuola e riconosca il processo di apprendimento come alla propria portata.

Lavorare a scuola con un bambino o una bambina ADHD significa costruire un ambiente di apprendimento che tenga conto del suo specifico funzionamento.

  • Alcune strategie pratiche possono fare una grande differenza nella quotidianità scolastica:
  • utilizzare check list che permettano di organizzare al meglio il materiale utile sul banco (ciò che non serve può rimanere nello zaino, così da abbassare il livello di distraibilità);
  • offrire agende di lavoro della mattinata che prevedano sessioni di concentrazione intervallate da piccole pause;
  • proporre l’uso del timer per la gestione delle pause o dei momenti “defaticanti”;
  • alternare attività che richiedono attenzione prolungata a momenti più dinamici;
  • trasformare il bisogno di movimento in compiti di responsabilità che possano alimentare il senso di autoefficacia (per esempio: ritirare le fotocopie dalla segreteria, richiedere materiale a un’altra classe, trasportare oggetti utili da uno spazio all’altro etc.. )
  • anticipare o rendere prevedibili i cambiamenti e le transizioni tra attività;
  • valorizzare gli interessi del bambino o della bambina, con attività, presentazioni o proposte rivolte al gruppo;
  • suddividere i compiti più lunghi in obiettivi più piccoli, che alimentino la sensazione di farcela;
  • offrire occasioni di autovalutazione che permettano all’alunno o alunna di riconoscere sia le fragilità (su cui continuare ad allenarsi) ma anche i successi e punti di forza.

È importante ricordare che ciò che l’adulto interpreta come “provocazione”, “mancanza di interesse”, “svogliatezza”, “incapacità” è spesso il risultato di fatiche invisibili ma assolutamente forti e presenti: la gestione dell’attenzione, il controllo degli impulsi, l’uso della memoria di lavoro, la regolazione emotiva.

In tutto questo, un altro aspetto fondamentale è la collaborazione scuola-famiglia. Gli obiettivi individuati nel contesto scolastico devono essere condivisi con i genitori e, viceversa, il lavoro a casa deve costantemente inserirsi e, a volte, sovrapporsi alle proposte dei e delle docenti.

Cosa fare a casa con il bambino ADHD

La casa è il luogo della sicurezza, dell’accoglienza e della comprensione. È per eccellenza il posto di cui il bambino non farebbe mai a meno perché il sentimento che permea le relazioni è così unico che da nessun altra parte esiste.
La verità però è che quando un genitore ha a che fare con un bambino o bambina ADHD, spesso, vive uno stato di vulnerabilità e fatica educativa che conducono a: continui richiami, minacce, punizioni, toni bruschi.
Un bambino ADHD spesso cresce sentendosi dire molto più frequentemente rispetto ai coetanei: “stai fermo”, “non distrarti”, “possibile che devi sempre disturbare?”.
Quando questi messaggi diventano quotidiani e reiterati nel tempo, il rischio è che il bambino smetta di vedere il proprio valore e inizi a definirsi attraverso gli errori che gli vengono continuamente rimandati.

Essere genitori è un grandissimo lavoro di crescita personale, lo è ancora di più se chi educhiamo funziona in modo diverso dal nostro.
Cosa possiamo fare a casa per sostenere una buona immagine di sé e la costruzione di nuove competenze personali?

Alcune strategie utili possono essere:

  • costruire un calendario settimanale degli impegni;
  • rendere il più possibile prevedibili i cambi di routine;
  • offrire spazi di decompressione emotiva (momenti di relax o isolamento dal resto del mondo);
  • valorizzare gli interessi personali mostrando curiosità e offrendo occasioni per poterli approfondire;
  • fare richieste chiare e brevi;
  • fare leva sul processo e non sul risultato;
  • offrire occasioni di confronto onesto su quanto accaduto, dando spazio a come ci si è sentiti, raccontando le proprie emozioni;
  • suddividere i compiti lunghi in piccoli passaggi,
  • ridurre il più possibile i richiami continui.

Nessun genitore nasce “imparato” e tutti i genitori hanno diritto ad essere sostenuti.
Crescere un figlio neurodivergente può essere faticoso, soprattutto quando ci si sente soli, giudicati o pieni di dubbi. Per questo il parent training non serve a “insegnare a controllare il bambino”, ma ad aiutare la famiglia a comprendere meglio ciò che accade e costruire strategie realmente sostenibili nella quotidianità.

Il mio supporto per il Bambino ADHD

Nel mio lavoro accompagno genitori e insegnanti nella comprensione dell’ ADHD attraverso un approccio educativo e personalizzato. Credo profondamente che ogni bambino abbia bisogno di sentirsi visto, accolto e compreso nella propria unicità ma questo deve valere anche per ciascuno adulto che educa, ed è proprio qui che si inserisce il lavoro che propongo sia ai genitori sia agli insegnanti: training o consulenze che permettano di mettere a fuoco i bisogni di tutti e costruiscano strategie o strumenti utili a favorire benessere, autonomia e autostima.

Buon lavoro educativo!
Sara

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