Genitori e insegnanti in disaccordo: come gestire le divergenze educative

Genitori e insegnanti in disaccordo: come gestire le divergenze educative

Prima o poi può capitare a tutti. Genitori e insegnanti possono trovarsi in disaccordo, avere idee diverse sulle regole, sull’autonomia, sulla gestione dei comportamenti, dei conflitti o delle emozioni. Quando succede, il rapporto tra scuola e famiglia può diventare più faticoso, le comunicazioni più “fredde” e può nascere una domanda: è sostenibile (ed efficace) collaborare nonostante approcci educativi diversi?

Come genitori affidiamo i nostri figli ad adulti che possono avere idee, sensibilità e modalità educative differenti dalle nostre. Come insegnanti incontriamo famiglie che fanno scelte che non sempre comprendiamo o condividiamo. Di fronte a queste divergenze educative è facile preoccuparsi. Se a casa cerchiamo di fare in un modo e a scuola si fa diversamente, non rischiamo di confondere il bambino? Non dovremmo essere tutti coerenti? E cosa possiamo fare quando sentiamo che il modo di educare dell’altro è distante dal nostro?

Forse possiamo partire proprio da qui: educare insieme non significa necessariamente educare nello stesso modo.

Scuola e famiglia sono due contesti diversi della vita di bambini e bambine. All’interno di questi due contesti si sviluppano ruoli, responsabilità, regole e relazioni differenti. Per costruire una buona alleanza tra genitori e insegnanti non è necessario, a tutti i costi, eliminare ogni differenza ma diventa fondamentale imparare a confrontarsi, comunicare il proprio punto di vista e sforzarsi di “incontrarsi” in un terreno comune.

Non sempre il problema è pensarla diversamente, a volte la divergenza nasce quando fatichiamo a esprimere bisogni e richieste e limitiamo vicendevolmente l’ascolto dei vissuti.

Genitori e insegnanti devono avere lo stesso approccio educativo?

Quando parliamo di alleanza scuola-famiglia, una delle preoccupazioni che incontriamo più frequentemente riguarda la coerenza educativa. E non chiama in causa soltanto i genitori: anche gli/le insegnanti attribuiscono spesso alla coerenza un ruolo centrale nella riuscita degli interventi educativi.

«Dobbiamo andare tutti nella stessa direzione.»
«Se entrambi diciamo la stessa cosa, per lui o per lei sarà più chiaro il limite.»
«È inutile che continuiamo a insistere, se poi a casa fanno il contrario!»
«Mi sforzo di insegnare a mio figlio a regolare le proprie emozioni, ma sento che a scuola ha altri esempi… praticamente annullano il mio lavoro!»

È una preoccupazione comprensibile: se gli adulti di riferimento utilizzano modalità educative differenti, non rischiano di fare confusione e basta? 

Per rispondere, credo sia importante distinguere due concetti che spesso tendiamo a sovrapporre: coerenza e uniformità non sono la stessa cosa.

La coerenza educativa è, senza dubbio, importante. Bambini e bambine hanno bisogno di contesti sufficientemente prevedibili, di poter comprendere che cosa ci si aspetta da loro e di sperimentare relazioni nelle quali parole, limiti e comportamenti non cambino continuamente in modo incomprensibile. Ma questo bisogno di coerenza non richiede necessariamente che tutti gli adulti si comportino nello stesso modo.

Bambini e bambine fanno continuamente esperienza di contesti differenti, all’interno dei quali cambiano le relazioni, le aspettative e anche le regole. Succede tra casa e scuola, ma succede anche all’interno della stessa famiglia: mamma e papà non si comportano necessariamente nello stesso modo, così come possono essere diverse le modalità di un nonno, di un allenatore o di un altro adulto significativo. I bambini imparano progressivamente a leggere queste differenze e a orientarsi nei vari contesti. Possono comprendere che “a casa facciamo così” mentre “a scuola funziona in un altro modo”, senza che questo rappresenti necessariamente un problema. Allo stesso modo, anche le differenze nell’approccio educativo, nelle modalità comunicative o nella gestione delle emozioni possono diventare occasioni di confronto e di incontro con la diversità.

Questo non significa pensare che «se lo fa un adulto, allora va sempre bene». È importante che il bambino possa progressivamente capire dove si trova, quale relazione sta vivendo, che cosa può aspettarsi e riconoscere anche ciò che, in quella relazione, lo mette a disagio: questa persona si comporta così, mi parla in questo modo, mi chiede questo. E io come sto dentro questa relazione? Mi sento ascoltato? Mi sento rispettato? C’è qualcosa che mi mette a disagio?

Quando qualcosa non va, bambini e bambine possono imparare a dirlo, a raccontare come si sentono, a fare una domanda o esprimere un punto di vista. Naturalmente con strumenti diversi a seconda dell’età e con adulti capaci di accogliere e accompagnare questo processo.

Potremmo allora pensare alla coerenza non tanto come alla necessità di rendere identici i diversi ambienti di vita, attraverso limiti, routine, interventi educativi, quanto come alla possibilità, per il bambino, di trovarli sufficientemente comprensibili e prevedibili. Non serve che ogni adulto stabilisca le stesse regole o utilizzi le medesime strategie; serve che il bambino possa progressivamente capire dove si trova, quale relazione sta vivendo, che cosa può aspettarsi, che cosa è giusto e che cosa, invece, lo mette a disagio.

Se i diversi contesti possono non essere identici, però, questo non significa che siano indipendenti gli uni dagli altri.

La prospettiva ecologica dello psicologo Urie Bronfenbrenner ci aiuta a mettere a fuoco proprio questo aspetto. Il bambino non cresce soltanto all’interno di diversi ambienti (la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari): anche le relazioni che si costruiscono tra questi ambienti partecipano alla sua esperienza di crescita. Bronfenbrenner utilizza il termine “mesosistema” proprio per indicare le interconnessioni tra i diversi contesti di vita ai quali una persona partecipa.

Tradotto nella quotidianità: non conta soltanto ciò che succede a casa e ciò che succede a scuola. Conta anche ciò che succede tra casa e scuola.

Un bambino può imparare a stare dentro regole e modalità differenti. Più faticoso è trovarsi in mezzo a due adulti o a due contesti che si delegittimano reciprocamente: “La mamma dice che la maestra sbaglia”, “la maestra pensa che a casa mi lascino fare quello che voglio”.

Forse, allora, il punto non è cercare a tutti i costi di eliminare le differenze ma fare in modo che le differenze tra gli adulti non diventino un conflitto dentro il quale bambini e bambine sono chiamati, più o meno esplicitamente, a prendere posizione.

L’alleanza educativa può esistere anche nella differenza, a patto che scuola e famiglia riescano a riconoscersi reciprocamente come adulti che, da posizioni e con responsabilità diverse, stanno partecipando alla crescita dello stesso bambino.

Quando le divergenze educative diventano un problema?

A questo punto, però, potrebbe nascere una domanda: dobbiamo quindi accettare qualsiasi scelta educativa dell’altro in nome delle differenze tra scuola e famiglia? Chiaramente la risposta è “no, non dobbiamo solo accettare”. 

Riconoscere che possono esistere modi diversi di educare non significa pensare che ogni modalità sia ugualmente rispettosa, adeguata o sostenibile per un bambino. E costruire una buona alleanza educativa non significa rinunciare al proprio punto di vista, evitare il conflitto a tutti i costi o smettere di intervenire quando qualcosa ci preoccupa.

Può essere utile, piuttosto, provare a capire su che cosa stiamo davvero divergendo. Non essere d’accordo sulla quantità di compiti assegnati, sulla gestione di un momento della giornata, sul grado di autonomia da lasciare o su una particolare regola della classe non equivale necessariamente a trovarsi davanti a un problema educativo. Possiamo pensare: “Io avrei fatto diversamente” e riconoscere, contemporaneamente, che l’altro adulto sta facendo una scelta diversa dalla nostra all’interno del proprio ruolo e del proprio contesto.

Ci sono però situazioni nelle quali il disaccordo tocca qualcosa di più profondo. Può riguardare il rispetto della dignità del bambino, la sua sicurezza, modalità comunicative umilianti o svalutanti, esclusioni, punizioni che riteniamo lesive oppure bisogni importanti che sembrano non trovare ascolto. In questi casi,”rispettare le differenze” non può significare semplicemente fare un passo indietro. Confrontarsi, chiedere spiegazioni, esprimere il proprio dissenso e, quando necessario, cercare altri interlocutori diventa parte della responsabilità educativa degli adulti.

Tra questi due estremi, però, esiste una zona molto più ampia e sfumata. Una mamma può pensare che l’insegnante sia troppo severa. L’insegnante può essere convinta che quella famiglia intervenga troppo velocemente in aiuto del bambino. Un genitore può desiderare maggiore attenzione alle emozioni, mentre a scuola può esserci la preoccupazione che soffermarsi ogni volta su piccoli disagi rischi di rendere difficile la gestione dell’intero gruppo. Un insegnante può leggere come mancanza di limiti ciò che, a casa, viene considerato spazio di autonomia. In queste situazioni, da entrambi i contesti educativi, può essere utile fermarsi prima di trasformare una differenza in un giudizio sull’altro.

Alcune domande che posso guidare la riflessione:

Riuscire a dare voce alle proprie ragioni permette a ciascuno di esprimere la propria posizione partendo da sé, anziché dall’agito dell’altro considerato sbagliato. Questo può ridurre il giudizio e creare uno spazio più favorevole al confronto, nel quale provare a comprendere non soltanto che cosa l’altro sta facendo, ma anche perché lo sta facendo.

Immaginiamo, per esempio, un bambino che durante un esercizio (in classe o a casa) si blocca facilmente. Il genitore potrebbe pensare: «Quando è in difficoltà bisogna aiutarlo o alleggerire il carico, altrimenti finirà per convincersi di non essere capace». L’insegnante potrebbe invece sostenere: «Ha senso offrire un compito non troppo semplice e aspettare ad intervenire, in questo modo potrà scoprire di farcela da solo».

Osservando le due posizioni potremmo inizialmente considerarle agli antipodi: da una parte aiutare, sostenere e alleggerire il carico; dall’altra proporre una sfida e lasciare al bambino il tempo e lo spazio per provare a farcela da solo.

Ma se cambiamo prospettiva e non ci fermiamo soltanto a ciò che i due adulti fanno, provando invece ad approfondire le motivazioni che sostengono le loro scelte, possiamo accorgerci di qualcosa di interessante: entrambi stanno cercando, attraverso strategie differenti, di sostenere la fiducia del bambino nelle proprie possibilità.

Questo non rende automaticamente equivalenti le due strategie e non significa che una valga sempre quanto l’altra. Ci permette, però, di spostare il confronto dal “chi sta facendo la cosa giusta?” al “che cosa stiamo cercando di rendere possibile per questo bambino?”.

Come comunicare quando scuola e famiglia non sono d’accordo

Capire che dietro a una scelta educativa possono esserci bisogni, obiettivi e preoccupazioni differenti è importante. Ma poi arriva il momento di parlarne. E quando qualcosa ci coinvolge molto non è sempre facile riuscire a farlo senza trasformare il confronto in uno scontro.
Non esistono formule perfette, ma alcune attenzioni possono rendere la comunicazione tra scuola e famiglia più efficace, soprattutto quando partiamo da posizioni differenti.

1. Partire da ciò che osserviamo, prima che dalle nostre interpretazioni

“A scuola non lo ascoltate” e “probabilmente a casa è abituato a non fare mai da solo” raccontano già una conclusione. Provare a partire da episodi e comportamenti concreti permette invece all’altro di entrare nella conversazione senza doversi immediatamente difendere.

“Nelle ultime settimane mi ha raccontato diverse volte di essere rimasto da solo durante l’intervallo” apre uno spazio diverso da “Mio figlio viene sempre escluso”.

2. Parlare della propria preoccupazione

Possiamo provare a raccontare che cosa ci preoccupa di ciò che stiamo osservando, anziché spiegare all’altro che cosa sta facendo di sbagliato. 

“Quando succede questa cosa mi preoccupo perché temo che possa sentirsi…” (evitiamo frasi come “dovreste fare così….”)

Non significa rendere meno importante ciò che pensiamo, ma assumerci la responsabilità del nostro punto di vista.

3. Fare domande prima di cercare soluzioni

Se vogliamo costruire un confronto, abbiamo bisogno anche di capire ciò che noi non possiamo vedere.

“Voi cosa osservate?”
“Cosa succede solitamente prima?”
“Qual è l’obiettivo di questa scelta?”
“Avete notato qualcosa che sembra aiutarlo?”

Fare domande non significa essere d’accordo. Significa raccogliere informazioni prima di decidere che abbiamo già compreso tutto e che il nostro punto di vista conta di più.

4. Cercare una richiesta concreta

Un confronto può essere molto ricco e, allo stesso tempo, lasciarci senza sapere che cosa fare dopo. Per questo può essere utile provare a trasformare ciò che è emerso in una richiesta o in un piccolo accordo concreto.

“Possiamo provare questa modalità per due settimane e poi confrontarci di nuovo?”
“Possiamo sentirci se ricapita?”
“Cosa possiamo provare a fare, ciascuno nel proprio contesto, per sostenere questo obiettivo?”

L’obiettivo non è necessariamente arrivare a pensarla nello stesso modo. A volte, dopo esserci ascoltati, continueremo a essere in disaccordo. Ma possiamo essere in disaccordo senza delegittimarci, continuare a fare domande senza rinunciare alle nostre convinzioni e cercare un terreno comune senza pretendere che l’altro diventi uguale a noi.

Forse è anche questo che significa costruire un’alleanza educativa: non eliminare le differenze, ma imparare a farle dialogare senza lasciare bambini e bambine nel mezzo.

Buon lavoro educativo,
Sara.

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