Prerequisiti per la scuola primaria: quali sono davvero? Mio figlio è pronto per la scuola primaria?

Prerequisiti per la scuola primaria: quali sono davvero?
Il periodo estivo che segna la fine di un ciclo scolastico e l’inizio di un nuovo percorso è certamente ricco di emozioni per i più piccoli ma anche per gli adulti che li accompagnano nella crescita. C’è chi si sente tranquillo perché la bambina sa già riconoscere le lettere, chi percepisce soddisfazione cogliendo le sue competenze logiche e matematiche, chi si preoccupa perché ancora non sa scrivere il proprio nome, chi compra quaderni operativi per allenarsi durante l’estate. In fondo, il pensiero è spesso lo stesso: se si esercita prima, l’ingresso nella scuola nuova sarà più semplice.
Ma come possiamo capire se un bambino sia davvero pronto per la scuola primaria?
Per molto tempo, abbiamo pensato che preparare un bambino alla scuola primaria significasse anticipare ciò che avrebbe imparato in prima. Negli ultimi anni, la ricerca sullo sviluppo infantile e le neuroscienze hanno cambiato profondamente il modo di guardare ai prerequisiti scolastici; oggi sappiamo che arrivare preparati non significa soltanto saper leggere, scrivere o fare i conti, bensì, aver costruito le competenze che permettono di imparare: autonomia, capacità di autocontrollo, espressione linguistica, competenze relazionali e funzioni esecutive.

In questo articolo troverai:

  • Cosa significa school readiness
  • Perché leggere a 5 anni non è indispensabile
  • Le competenze davvero importanti
  • Come allenarle nella quotidianità .

Cosa significa essere pronti per la scuola primaria?

Fino agli anni ’80 e ’90 essere pronti per la scuola primaria significava arrivare in prima sapendo già leggere lo stampato maiuscolo, scriverlo, fare i conti, sapersi concentrare a lungo su un lavoro al tavolo. Oggi, però, le ricerche sullo sviluppo infantile e sui processi di apprendimento ci raccontano una storia un po’ diversa. Il concetto di school readiness – che possiamo tradurre come “prontezza scolastica” – descrive la capacità del bambino di affrontare con serenità e partecipazione una nuova esperienza di apprendimento, ben oltre il possesso di competenze scolastiche anticipate. Essere pronti per la scuola significa, ad esempio, riuscire ad ascoltare una consegna e provare a portarla a termine, chiedere aiuto quando serve, separarsi dai propri genitori con sufficiente tranquillità, tollerare piccole frustrazioni, collaborare con altri bambini. Significa anche possedere una buona curiosità verso ciò che si scopre, avere il desiderio di imparare e sentirsi progressivamente capaci di fare da soli.

Nel 2012 Unicef ha pubblicato un documento¹ dove definisce la school readiness come un concetto multidimensionale e non come un obiettivo specifico del bambino o della bambina. La prontezza scolastica è definita come l’incontro tra tre elementi che si influenzano reciprocamente:

  • Il bambino con le proprie competenze emotive, sociali e cognitive;
  • La famiglia, che sostiene la sua crescita attraverso relazioni sicure ed esperienze significative;
  • La scuola, capace di accogliere i bisogni e i tempi di ciascuno, offrendo percorsi di apprendimento rispettosi del funzionamento cognitivo individuale.
In altre parole, non è solo il bambino che deve essere “pronto per la scuola”: anche la scuola e gli adulti che lo accompagnano devono essere pronti ad accogliere lui. Questa prospettiva può aiutarci a cambiare profondamente il modo di vivere i mesi che anticipano l’inizio della scuola primaria. Accompagnare a questo grande cambiamento non è più riempire l’estate di quaderni operativi o anticipare il programma scolastico ma offrire occasioni per giocare, muoversi, parlare, esplorare, prendere piccole decisioni, sperimentare autonomia e costruire fiducia nelle proprie capacità.

La studiosa Claire Elisabeth Cameron, docente dell’University of Minnesota, ha contribuito con diversi studi a dimostrare quali competenze predicono realmente la prontezza scolastica. Quello che emerge da vari lavori di ricerca è che le capacità che permettono ai bambini e alle bambine di avere successo nei primi anni di scuola non sono principalmente le conoscenze accademiche, ma la capacità di autoregolarsi, utilizzare le funzioni esecutive e coordinare efficacemente il movimento con il pensiero.
Cameron e collaboratori, in uno degli studi più famosi sul tema², hanno seguito bambini all’ingresso della scuola e hanno osservato che la motricità fine (impugnare la matita, copiare figure, usare forbici, manipolare piccoli oggetti) e le funzioni esecutive (memoria di lavoro, controllo inibitorio, flessibilità cognitiva) predicono significativamente il rendimento in lettura, scrittura e matematica.
Questo ci dice inevitabilmente che in età prescolare ha molto più senso investire tempo ed energie nello sviluppo di quelle competenze che permettono ai bambini di imparare, piuttosto che anticipare gli apprendimenti scolastici. In altre parole, il punto non è insegnare a leggere prima della scuola primaria, ma creare le condizioni perché, quando arriverà il momento, il bambino o la bambina abbia gli strumenti cognitivi, emotivi e relazionali per affrontare quell’apprendimento con serenità.

¹ SCHOOL READINESS, A Conceptual framework, United Nations Children’s Fund, New York, 2012.

² “Fine Motor Skills and Executive Function Both Contribute to Kindergarten Achievement”, Cameron et al. (2012), Center for Advanced Study of Teaching and Learning, University of Virginia.5

E se mia figlia sa già leggere o scrivere a 5 anni?

Quanto scritto sopra non significa che familiarizzare con libri, lettere o numeri in età prescolare sia inutile o controproducente, né che una bambina, o un bambino, che arriva alla scuola primaria sapendo già leggere o scrivere sia “troppo avanti”. Maria Montessori osservò già oltre un secolo fa che in molti bambini, già prima della tappa della scuola primaria emerge con estrema naturalezza un periodo sensibile al linguaggio scritto. In queste situazioni, la lettura e la scrittura sono competenze spontanee, espressione di un interesse autentico e non risultato di un mero allenamento. Le neuroscienze e gli studi sullo sviluppo confermano oggi un principio che Montessori aveva intuito attraverso l’osservazione: i bambini apprendono con maggiore efficacia quando possono seguire una motivazione interna e quando l’ambiente sostiene il loro percorso senza anticiparne forzatamente le tappe. Per questo motivo, un bambino che legge o scrive prima della scuola primaria non è necessariamente stato “spinto troppo”: se quell’apprendimento è nato dal piacere di esplorare il linguaggio, è semplicemente una delle tante possibili espressioni del suo sviluppo.

Cosa fa la differenza? L’obiettivo che si pone l’adulto:
Mio figlio/mia figlia deve portarsi avanti con “il programma” così a scuola farà meno fatica
Oppure
Mio figlio/mia figlia sta vivendo occasioni ricche e significative rispettando i suoi tempi, gli interessi e il proprio modo di funzionare?

I veri prerequisiti della scuola primaria: le competenze che fanno la differenza

Se provassimo a riassumere in una frase ciò che insegna oggi la ricerca psicopedagogica, probabilmente potremmo dire che i veri prerequisiti per la scuola primaria non sono le conoscenze ma le competenze che permettono di acquisirle. Sono quelle abilità che consentono a bambini e bambini di partecipare attivamente alla vita della classe, affrontare le piccole sfide quotidiane e reggere tentativi ed errori perché, in fondo, è così che si impara.

Tra queste, una delle più importanti è l’autonomia. Non significa saper fare tutto da soli, non chiedere aiuto quando serve o impegnarsi in compiti fuori dalle proprie capacità. Autonomia è fiducia in sé, sentire di poterci provare, impegnarsi per farcela, avere qualcuno che fa il tifo per il tuo successo ma non si sostituisce nel compito.

Domande per riflettere:

➡️ C’è qualcosa in cui sento di sostituirmi troppo a mio figlio o figlia?
➡️ In quali azioni quotidiane potrei coinvolgerlo/coinvolgerla di più?
➡️ Quali piccoli compiti casalinghi potrei affidargli/affidarle?
➡️ Come potrei esprimere, ancora di più, che credo in lui o lei e che mi fido di ciò che fa?

Accanto all’autonomia, una delle competenze che più conta, e che non si finisce mai di costruire o arricchire, è l’autoregolazione, ossia la capacità di riconoscere e gestire emozioni, impulsi e comportamenti istintivi.
A cosa serve sapersi autoregolare? Aspettare il proprio turno, tollerare di perdere o sbagliare, arrabbiarsi e ritrovare la calma, frenare l’istinto di lanciare, picchiare o rompere qualcosa, esprimere come ci si sente, avere una piccola “casetta degli attrezzi” con cui superare la vergogna o la paura.

Domande per riflettere:

➡️ Mi capita di giocare a semplici giochi in scatola con mia figlia o figlio? Cosa succede quando lui o lei perde? E quando perdo io, riesco a modellare un buon modo di affrontare la sconfitta (per esempio congratulandomi per la sua vittoria)?
➡️ In casa parliamo frequentemente di emozioni nominandole e descrivendo cosa ci succede quando le proviamo?
➡️ So riparare quando ho esplosioni di rabbia in famiglia?
➡️ Cosa faccio di fronte a un mio errore? Fingo che non sia successo nulla? Cerco di non pensarci? Ne parlo apertamente e chiedo scusa? Dichiaro di impegnarmi perchè non capiti più?

Le abilità che servono ai fini dell’apprendimento si fondano certamente sui processi cognitivi che, oggi, la scienza definisce “funzioni esecutive”.

La psicologa Adele Diamond, una delle massime esperte internazionali, ha individuato tre funzioni esecutive di base da cui derivano molte abilità più complesse:

  • Memoria di lavoro, che permette di mantenere ed elaborare le informazioni (ad esempio ricordare una consegna strutturata in più passaggi);
  • Controllo inibitorio, ossia la capacità di frenare gli impulsi, aspettare il proprio turno e resistere alle distrazioni;
  • Flessibilità cognitiva, che consente di trovare strategie alternative quando qualcosa non funziona, considerare punti di vista diversi e adattarsi agli imprevisti.
Tutte queste competenze sono presenti della quotidianità scolastica e permettono ai bambini e alle bambine di sentirsi capaci in tante situazioni, per esempio: ascoltare senza interrompere di continuo, portare a termine un compito ricordando i vari passaggi richiesti, organizzare al meglio il materiale sul banco, gestire la frustrazione di fronte a un errore, perseverare in un’attività che richiede più sforzo del previsto
Studi recenti, come quello citato sopra di Claire Cameron, mostrano che lo sviluppo delle funzioni esecutive, spesso, predice il rendimento scolastico più delle competenze accademiche possedute all’ingresso della scuola. Possiamo quindi dire che non è tanto importante quello che i bambini e le bambine sanno già, quanto più le loro capacità di imparare.
E dove si allenano le funzioni esecutive? Come posso io adulto sapere di offrire esperienze che permettano il loro sviluppo?
La buona notizia è che le funzioni esecutive non si allenano principalmente attraverso attività puramente logiche o cognitive. Crescono nelle esperienze quotidiane: quando un bambino costruisce una torre cercando di mantenerla in equilibrio, risolve un rompicapo, gioca a carte, segue le regole di un gioco in scatola, prepara lo zaino ricordando ciò che gli serve, cucina insieme a un adulto seguendo una sequenza di passaggi, inventa una storia, percorre un sentiero nel bosco, trova un modo diverso per risolvere un problema e potrei continuare con un elenco infinito! Ogni situazione che richiede di fermarsi, pensare, ricordare, organizzarsi e adattarsi rappresenta un allenamento importante per il cervello.

Domande per riflettere:

➡️ Tra le attività citate, quale rappresenta un nostro punto di forza (quella che più ci piace fare insieme)?
➡️ Sento che ci sono situazioni in cui potrei valorizzare di più la ricerca di soluzioni di mio figlio o figlia, magari evitando di sostituirmi così spesso a lui o lei?
➡️ Per mio figlio o figlia è facile portare a termine un piccolo compito che richieda più di un passaggio o si distrae molto? (esempio: caricare o scaricare la lavastoviglie, rifare il letto, stendere, preparare la moka del caffè..)
➡️Quale compito nuovo posso proporgli?

Anche il linguaggio rappresenta un prerequisito importante. E, come possiamo intendere, non si tratta di lettura o scrittura. Ciò che facilita una buona riuscita scolastica è più la capacità di comprendere le consegne, raccontare un’esperienza, utilizzare un vocabolario adeguato, fare domande, esprimere bisogni ed emozioni.
Ecco perché ha senso avvicinarsi insieme ai libri, educare alla curiosità verso le storie, raccontare e immaginare, parlare di ciò che si vive.

Infine, le competenze sociali permettono ai bambini e alle bambine di sentirsi parte del gruppo e sviluppare relazioni positive. Collaborare, negoziare, risolvere un conflitto dichiarando il proprio punto di vista, chiedere scusa quando serve, riconoscere i propri errori o necessità. Queste abilità si possono imparare unicamente vivendo tempi e spazi insieme ai pari, sperimentando le Relazioni Con Il Sostegno Degli adulti che guidano ad ascoltare, ad essere flessibili e a porre attenzione sull’altro.

Prepararsi alla scuola primaria significa prepararsi a imparare

Se c’è un messaggio che la ricerca ci consegna con chiarezza è questo: i bambini imparano meglio quando hanno costruito le competenze che rendono possibile l’apprendimento. L’autonomia, l’autoregolazione, il linguaggio, le funzioni esecutive e le competenze sociali non sono “qualcosa in più”: sono il terreno su cui cresceranno lettura, scrittura, matematica e tutto ciò che verrà dopo.

Per questo, se in questi mesi potrai osservare un bambino che costruisce una capanna nel bosco, una bambina che aspetta il proprio turno o che trova soluzione a un semplice problema quotidiano, un bambino che prepara una torta , sai che quelle azioni non sono banalità, bensì preparazione!

Buon lavoro educativo,
Sara.

Altri articoli

Regole Montessori

Esistono le regole per Montessori?

“Nel metodo Montessori i bambini fanno quello che vogliono.” Questa è probabilmente una delle frasi più diffuse, e più fraintese, quando si parla di educazione

bambino-adhd

Il bambino ADHD non è malato

Attenzione: quello che stai per leggere potrebbe cambiare il tuo modo di parlare di ADHD!Dobbiamo considerare l’ADHD Come Un Disturbo da curare o una neurodivergenza